Un caffè con panna, grazie.

Un caffè. Con la panna e il latte e tanto tanto zucchero.
Lo devi fare tu, con la bacchetta magica.
Mi devi versare dentro una pozione a caso, perché io possa provare qualcosa.
Un caffè miscelato di tutte le tue paure e i tuoi sogni. Io non conto. Solo tu. Così che io mi possa concentrare su qualcosa. Così che io torni ridente come un tempo.
Fare tutto un dramma è tipico degli adolescenti. A volte penso che senza i miei drammi e le mie crisi io non sarei io. Ma voglio quel caffè, perché non provo più niente e questo mi fa paura.
Il mio cuore è stato ferito troppe volte. In un milione di modi diversi e non ce la fa più. Riesce a malapena a battere, ma non sente più niente. E' apatico, batte ritmicamente alla giusta velocità. Quella giusta. Perché lo fa?
Datemi questo cazzo di caffè. Voglio sentire qualcosa! Grazie, per questa ultima delusione. Avrai la colpa di avermi fermato il cuore.
E alla domanda, quand'è stata l'ultima volta che hai pianto, risponderei adesso, perché sto piangendo, anche se non si vede.
Che cosa mi hai fatto? Perché lo hai fatto? Perché? E perché nessuno mi risveglia? Perché sono sola? Non riesco a rialzarmi con le mie gambe. Dovrei rimettere a posto un cuore che è solo una stupida lampadina. Fa luce, ma non è il sole. E senza sole non si vive.
Mi sento rinchiusa in una scatola di ghiaccio.
Qualcuno mi dia il mio caffè.
Per favore.

E continuo a vivere...

E finalmente ho ripreso. Dopo tutte le delusioni che ho avuto in quest'ultimo periodo a vivere meglio. Vivere con più soddisfazione in quello che faccio. E pensate... Anto sta per andare ad iscriversi ad uno sport (non so se sia propriamente uno sport, sarebbe meglio definirla disciplina), inizio danza.
Danza moderna questa volta. Danza classica la facevo da piccolina ed ero snodata come un acrobata, ma adesso dubito che otterrei gli stessi risultati.
Comunque sì, è una di quelle poche cose che, a livello fisico, mi riescono bene. Sono sempre stata portata per la danza, anche se a vedermi la cosa vi sembrerebbe parecchio strana vista la mia inesistente finezza.
Ebbene sì, quando l'ho detto non ci potevano credere. Io sono la classica pigrissima ragazza che mangia come un bue e non ingrassa nemmeno a riempirla di cemento, quindi darsi ad una disciplina faticosa sembrava per tutti fuori dal mio mondo, ma... vi ricordate l'ultimo post? Ecco, volevo uscire da quest'inverno, volevo vivere e la danza può costituire un utile svago.
E poi sono stanca di restare ferma, mi sento monotona. Vedremo come andrà.
Mi sento in fibrillazione per questa cosa e allora mi sento in dovere di sottoporvi ad un piccolo estratto di una storia inesistente inventato proprio testé...!

Quando danzava si sentiva in pace con il mondo ed era come se fosse sempre primavera. Sentiva quell'aria fresca e un po' salata di chi annusa il sole dopo tante nubi. 
Le sue orecchie si protendevano fino a su, dove un fiume di montagna scorreva e scrosciava, dove un picchio martoriava un innocuo tronco per farlo mutare in casa, dove le api ronzavano e ronzavano dentro i fiori e dentro le orecchie, dove una piccola bambina stava ballando nel villaggetto estivo che la ospitava.
Poteva vedere i fiori che sbocciavano, uno ad uno, come se il filo della natura li stesse tessendo minuziosamente e ciascuno aveva colori talmente brillanti che non potevano essere oggetto di copia. E chiudere gli occhi mentre i suoi piedi sbattevano elegantemente, ma anche seccamente, sul parquet della palestra, era come non avvertire il suo corpo che si arcuava dolcemente e le sue gambe che si dispiegavano. Oh avrebbe potuto volare, Oh stava volando. In fondo cosa può servire per volare? Delle ali? O più semplicemente un cuore adatto?

Riscaldiamo questo gelido inverno...

Vorrei un accendino per accendere la miccia del tuo cuore. Ne vorrei uno perché il mio risplendesse di più, un altro perché torni il sole, uno ancora per un po' di calore.
Vorrei che la dolce fiamma del grande sole rischiarasse i miei rossi capelli e che mi desse tepore al cuore. Basta, sono stanca, ora voglio un po' di pace. Pace per leggere vicino alla candela, pace per scrivere davanti al focolare.
Quanto mi manca il calore dell'estate e la vita della primavera. L'inverno è troppo buio, troppo freddo, troppo apatico.
Vorrei che la fiamma rovente dell'aria di agosto mi erodesse il viso, mentre scorrazzo sul motorino di qualcun altro.
Basta, sono stanca di correre dietro alle persone, che chi mi ami mi segua, sono triste. Voglio il sole, la vita. Il sangue rosso acceso che mi scaldi le vene.
I pomodori tiepidi sotto il sole di maggio, toccarli con mano e rabbrividire di vita.
Le pesche succose che mi inebriano il palato. Sputare i noccioli nella grata.
Carezzare i gatti che s'inerpicano sul pontile. Aspirare quell'aria irta della puzza delle sigarette che va sfumando non appena il mio naso si avvicina al lago.
L'odore salmastro, i cigni, gli uccellini, le canzoni che si propagano fino in fondo all'orizzonte in un tramonto che sta per arrivare.
La mia amica che ci porta i frappé alla straccianutella con la panna sopra.
Una scheggia nel palmo della mano. Il pontile è di legno.
Dolore nel toglierla e soddisfazione poi nell'inondarsi il palmo d'acqua. Acqua rovente, degna di una focosa giornata.
Ed eccolo il tramonto, sdraiati lì a guardarlo. La notte è solo iniziata. Non appena questo rosso di fuoco che ora è acceso sui nostri volti se ne andrà, la sera arriverà.
La notte con la luna, le zanzare, la tranquillità, il prurito, gli schiamazzi. La tranquillità allora dov'è? Nell'animo, quello che quell'accendino ha acceso. Adesso, è iniziata l'estate.
E' iniziata la vita. Ora basta, usciamo da quest'inverno che ormai è durato fin troppo.

E no, io non sono una bestiolina da ammaestrare!

Ho azionato l'accendino degli AC/DC e ora la candela al mandarino cinese manda una piacevole fragranza fino alle mie narici.
E' progettata per durare 40 ore. Lo spero davvero.
Questa settimana è stata davvero stressante, ma non per questo meno carica delle mie solite seghe mentali. Quelle ci saranno per tutta la mia vita.
E questa settimana non è stata nemmeno vuota in quanto a persone che mi vogliono controllare. A dispetto di questo, un hacker è addirittura entrato nella mia casella di posta elettronica, quindi se vi arrivasse per caso una e-mail a nome mio, sappiate che non sono io.
Ecco, perciò, sì, questa settimana mi è stato addirittura detto che io non ragiono, che sono una stupida. Che l'unica cosa che faccio è leggere e imparare a memoria ogni nozione.
Mi è stato detto che non sono nata per capire la filosofia. Che quando faremo Nietzsche, prenderò quattro o addirittura che sarò bocciata.
Mi è stato detto che scrivo, scrivo, ma non si capisce a cosa serva scrivere quando nell'interrogazione cado.
E poi beh, quando alla domanda. e cito nello specifico ciò che mi è stato chiesto senza alcuna spiegazione prima,: "Se io ti metto davanti dei numeri, tu dove li metti?" io ho chiesto che domanda era e cosa volesse dire, il mio prof mi ha detto che dovevo capirla. Secondo lui io avrei dovuto dire: "Nella matematica, perché come i pitagorici basavano tutto sulla matematica, così fa Platone con l'essenza del bene, il quale bene è posto da lui nell'etica". Bene, alla seconda volta lui ha aggiunto alla domanda precedente: "in quale area" e io ho capito e ho risposto, nella matematica.
Dopo la risposta esatta ad una domanda priva di senso che non aveva mai fatto, lui mi ha detto che sono tardiva e siccome studiavo e non ragionavo era costretto a darmi l'insufficienza.
Poi ovviamente, passando all'altro interrogato, la domanda è stata: "le essenze sono universali?". Mille volte ce l'aveva detto e la riposta era un semplicissimo sì che è arrivato dopo mezz'ora accompagnato dal commento del prof: "Bene, vede ***** (il mio cognome), il suo compagno ragiona".
Potete immaginarvi la mia faccia di merda, e invece no, tutto quello che è uscito dalla mia bocca è stato un risolino emesso per non piangere dell'assurdità della situazione, che ha mandato il prof ancora più in bestia.
A detta di ciò, ho capito che alcuni professori non capiscono davvero un cazzo e sì, quando vedono una persona che non è stupida e che ama la materia che loro insegnano, devono fargliela odiare.
Ma che dire, io non sono fatta con lo stampino e non è per lui che smetterò di ragionare e mi ammansirò.

Per adesso è così...

Una scintilla minuscola ha fatto partire un razzo. Un razzo che non si fermerà mai! Salirà su su nel cielo e solo quando avrà perforato tutte le nuvole cadrà giù e si accontenterà del mondo.
E se non stessi attenta a tutti questi minimi particolari, starei ancora qui a chiedermi se mi vuole bene o no? No... direi no e basta. Tutto sarebbe finito, tutto sarebbe andato.
Eppure ho questa smania di cambiamento in ogni cosa che con lui non c'è.
Ho la smania di cambiare come appaio, vorrei trasparire fuori come mi sento dentro. Ho la smania di fare nuove amicizie, ho la smania di vivere, di provare, di volare, di viaggiare.
Ho la smania di vedere quella dolce fiammella posta dentro di me bruciare tutta l'intelaiatura di legno che la intrappola e diventare fuoco. Non più un cuore pulsante, ma un cuore divampante!
Ma solo un "Hi" seguito da un ignorare una certa persona e passare tra tutte per chiedermi qualcosa, mi fa capire che se anche cambiassi tutto, ed è probabile che lo farò, solo per provare, se anche lo facessi, lui non cambierebbe.
E quando durante l'ora di filosofia quell'odioso del prof continuava ad indicarmi e a dire che non capivo e che bisogna capire e non solo imparare a memoria, io sorridevo.
Ho capito come ha fatto Berlusconi davanti all'infuriato Santoro l'altra sera a ridere, pensava a qualcos'altro e così anche quel mito di Travaglio mentre Berlusconi esponeva quella lettera che "visto che la leggeva, anche se non l'aveva scritta lui, era sua" (e allora noi aspiranti scrittori che cazzo stiamo qui a fare!?) che sorrideva mestamente.
Oggi quel sorriso l'ho rivisto. Ma a parte questo, ho capito che lui nella mia vita sarà sempre un fattore stabile. Vero. Lui e basta. E avanti, adesso, proprio non ce la faccio ad andare.
Lo so che non è giusto, ma per ora non mi voglio concentrare su quello che davvero voglio, ma su cose effimere e stupide che mi danno una parvenza di felicità.
Poi accadrà una notte che scriverò un post... avrò capito quel giorno che tutto ciò che è effimero è destinato a svanire. Vediamo se anche il mio amore lo è. E speriamolo tutti insieme.

Chiacchiere! :D

Oh... signori carissimi e signore illustrissime, sono esausta ç___ç ma questa stanchezza mi sta davvero ripagando. Credo sia il primo anno che ce la metto davvero tutta per riuscire bene a scuola e, stranamente, quest'anno, cioè il terzo è il migliore finora. Sì, perché io inizio ad accorgermi di essermi iscritta allo scientifico solo in terza.
Comunque, devo dire che sono sobbarcata di compiti e ancora non ne ho superati molti. Ho superato, forse il più difficile, ovvero quello di chimica. C'è da dire che dall'inizio, chimica, è stata la materia peggiore e infatti mi sono presa due quattro di fila, ma in quest'ultima sono andata moooolto meglio e ho conquistato il mio cinque in pagella! Per me è un passo avanti... e poi ho superato filosofia, grazie al ragazzo che mi piace, visto che mi ha detto in anticipo come si svolgeva la verifica e che domande aveva fatto alla loro classe. Io sono subito corsa nella mia e l'ho detta a tutti, risultato? Noi siamo andati decisamente meglio che loro (ci vuole molta intelligenza per fare una verifica uguale da una classe all'altra!).
Ma ancora manca l'interrogazione di fisica, la verifica sulla parabola, la verifica di storia (e santo cielo, quante date! Nel 1212 Federico II fu incoronato re dei romani dal papa Onorio III!), l'interrogazione di filosofia e quella d'italiano. Spero di farcela. E tanto per aiutarci, quella megera, della prof di latino (che io non sopporto da quanto è stupida, ma proprio stupida, nel senso che non sa quel che spiega!) oggi è entrata in classe durante fisica e ci ha detto che domani ci sarebbe stata la versione di latino di 7 o 8 righe, IN UN'ORA! E io non facevo esercizio da maggio dell'anno scorso, vedete un po' voi. Oggi ho ripreso in mano il vocabolario e mi sono data da fare e ho ripassato un mucchio di regole, ma alla fine ho capito di avere una fortunata inclinazione al latino (PS. niente "buona fortuna", lo sapete che sono superstiziosa xD).
E niente, per il resto, non riesco a pensare a nient'altro di questi tempi: scuola, scuola, scuola. Ok, sto scherzando. E' impossibile che io pensi solo alla scuola, ci sono anche i libri e gli amici e sono due entità fondamentali nella mia vita u.u

Per gli amici sono davvero felice, non credo di esserlo mai stata così tanto e per i libri sto bene, io amo leggere e scrivere e non cambierà mai. E poi, sapere che i miei amici vogliono leggere il mio libro è la cosa più bella del mondo.
E i ragazzi? Staranno pensando le mie followers che non reggono l'amore (eheh), è... davvero strano... io... non lo voglio. Voglio lasciarlo da parte e ci sto riuscendo alla grande modestamente.
E poi, che altre novità ci sono? Beh... finalmente cambio gli occhiali che sono sempre gli stessi dall'età di undici anni, mi tingo i capelli di rosso (dopo un anno che glielo chiedevo a mia madre, il bel voto in chimica ha portato ad una buona conclusione) e mi metto da un po' un orecchino strano che io adoro, è praticamente così:
Solo che, al posto dell'ancora, c'è una piccola aluccia e tutti mi chiedono se è un piercing, ma non lo è.
Ve l'ho detto per due motivi:    

  • E' diventato importante per una nuova amicizia (lo so, continuo a farne di nuove, è incredibile!) 
  • E poi, il mio nuovo libro (che è davvero importante, ma ancora non vi dico il perché) è incentrato su un orecchino speciale, o almeno ne parla abbastanza :)
Ecco, avrei finito. Così vi tengo aggiornati anche su cosa succede qui intorno e vi fate un po' i cavoli miei e magari (lo spero) due risate!
Ciao!

Ancora racconti... :)

Ecco un altro racconto. Diverso da quello dell'altra volta. Ho solo un accorgimento da fare: Questo è un racconto di paura. Ma non come quelli dei piccoli brividi. E' molto crudo, perciò consiglio di non leggerlo se si è particolarmente sensibili di stomaco. Davvero, se dopo un po' vi dà fastidio, smettete di leggere. E sappiate che non sono svitata, ho soltanto provato a scriverne uno, questo è il primo che compongo.


Il compito di uno scrittore è quello di raccontare la verità.
Quello di piangere con i propri personaggi e provare dolore con loro.
Purtroppo, al mondo esistono diversi tipi di persone.
Purtroppo esiste la perversione, la crudeltà, la disperazione. Quella vera, che non ti fa dormire la notte.
L'amore di una mamma è infinito, recitano i detti. Alcune malattie portano l'amore a svanire.

Dirk sembrava un uomo normale quando si era innamorato di Iris. Amava i capelli biondi di lei, i suoi occhi teneri. Amava il suo modo di sorridere, storcendo la bocca in modo innaturale. Che era innaturale, però, lui non lo sapeva.
Si sposarono ed ebbero due gemelli. Un maschio e una femmina.
La femmina l'avevano chiamata: Caroline e il maschio: Egon.
Crescendo, i ragazzi furono i primi a capire che c'era qualcosa che non andava. Non sapevano cosa ed erano troppo piccoli per chiederselo realmente.
Arrivarono a tredici anni che vollero conoscere.
La loro famiglia non era normale, i vicini lo sapevano. I parenti lo sapevano e se ne stavano ben lontani.
Caroline, Egon, Dirk e Iris erano un mondo a parte, racchiuso dai loro problemi.
Persone disgraziate, le avrebbero etichettate i “normali”.
Non c'era un componente di quella famiglia che fosse sano di mente. Ognuno a modo suo.
Anche il pesce rosso Clara, capiva. Clara era stata fortemente voluta da Caroline che, da mangiare, le dava minuscoli pezzetti di carne di cane randagio.
Una mattina, Caroline ed Egon stavano facendo colazione per andare a scuola. Lì, nessuno li voleva, erano loro che andavano a cercare gli altri in modo assillante.
Caroline indossava vestiti comprati ad un sexy shop della zona. Era truccata di viola e sul polso aveva tatuato l'organo genitale maschile in bianco e nero.
Si leccò il polso con foga.
Tu sei proprio svitata– commentò Egon.
Caroline rise, comare –Vuoi che ti faccia il lavoretto che sto facendo al mio polso?– chiese ridendo. E continuò a ridere della sua stessa battuta per due minuti.
Egon si levò dalla sedia e andò a scuola, senza scordarsi il taglierino.
Pregustava già quello che avrebbe combinato con quello sfigato di Evan. Lo voleva morto, gli aveva preso la ragazza che voleva tanto.
Si era opposto nel momento più bello. Stava giusto per sfregiarla in modo da farle capire che sarebbe stato con lei per sempre, ma Evan gli aveva dato un pugno ed era intervenuto il preside.
Sì, gli aveva dato una punizione, ma questo non bastava. Lui voleva così tanto quella ragazza! Adesso, però, era partita e di questo poteva incolpare solo Evan e la sua violenza.
Se non gli avesse dato un pugno in faccia, lei non si sarebbe spaventata, si sarebbe fatta marchiare d'amore e si sarebbe data a lui.

Caroline e Egon arrivarono entrambi a scuola con un'ora di ritardo.
Aspettarono pazientemente la ricreazione. Alla fine, la campanella trillò.
Si diressero in due direzioni diverse.
Caroline vide subito Mark e tirò fuori la lingua. Lui, notandola, tentò di darsela a gambe.
Quella ragazza era pazza, continuava a dirgli di volergli fare le cose più sconce.
All'inizio gli erano piaciute le sue attenzioni, ma poi aveva cominciato a stancarlo e a fargli paura.
Minacciava di uccidersi, lo tormentava, era gelosa se usciva con un'altra ragazza.
Ora lui era innamorato come non era mai stato e Caroline avrebbe rovinato tutto.
Ciao, Mark. Sai che farlo da drogati è ancora più divertente che da ubriachi?– disse lei e si tirò su la gonna, scoprendosi il ventre.
Copriti– le intimò lui.
Lei mostrò un'espressione orripilata, si tastò tutta come per appurare se non fosse abbastanza bella. Non la voleva? Era il suo seno? Era troppo piccolo?
Forse non era sufficiente brava come le donne che si vedevano di notte sulla strada.
Una notte era stata da una di loro e le aveva detto che era una vera e propria maestra nel dare piacere. Si era anche divertita. Quindi non poteva essere.
Perché non mi vuoi?–
Caroline, io... non so come dirtelo. Mi sono innamorato di una ragazza. Tu sei bellissima, non fraintendere, ma tra noi non è amore– disse lui.
Allora sarà solo sesso! Per me va bene, sarò la tua amante!– esclamò e gli slacciò i pantaloni, velocissima.
No. No, basta! Non ti voglio più vedere!–.
Caroline voleva uccidere quella ragazza inutile che si era messa tra lei e Mark. Gli prese il viso e lo baciò, infilando la lingua nei posti più disparati.
Cazzo! Caroline! Ma non capisci che ti rendi solo ridicola facendo la puttana!?– gridò lui e se ne andò, bestemmiando.
Il viso di Caroline si tramutò in una maschera di dolore, lo storse e iniziò a piangere con forti singulti.
Si mise le mani fra i capelli e pianse disperata. Crollò a terra con un tonfo. Iniziò a gridare. Batté i pugni per terra. Una follia omicida si impossessò di lei.
Dal più profondo dei mali, le venne un urlo lacerante. Echeggiò in tutta la scuola. Aveva urlato il nome di suo fratello.

Egan camminò a passi pesanti verso Evan. Da fuori il ragazzo pareva normale, non era un omone nerboruto, né uno smilzo pelle e ossa. Era un vero e proprio ragazzo, con scarpe da ginnastica e tutto il resto.
Aveva rubato il gesso dalla classe e, dopo averlo sbriciolato, vi immerse le mani.
Prese il taglierino dallo zaino, saggiò l'affilatura tagliandosi il polpastrello. C'era un piccione che tubava lì accanto e, poco più avanti, Evan.
Egan sorrise: gli avrebbe dimostrato chi era.
Evan!–gridò.
Il ragazzo, impaurito, si voltò ad osservarlo, cercando la scorciatoia migliore per scappare. Fece roteare gli occhi, in cerca di una strada, molto più velocemente, quando Egan scagliò il suo coltelletto, trafiggendo un piccione e lo estrasse tutto insanguinato.
Dietro di lui, vi era una via che conduceva alla palestra.
Evan corse, tentò di correre più veloce che poteva, sforzando al massimo le sue gambe.
Ma Egan era ormai alle sue spalle. Non riuscì nemmeno a girare l'angolo, che quel pazzo maniaco con il coltello, lo sbatté violentemente contro il muro grezzo.
Evan pianse come una ragazzina, vedendosi l'arma difronte alla faccia. Si aggrappava al muro con le dita, facendole sanguinare.
Il labbro tremante, gli occhi colmi di terrore, vide il volto di Egan. con i denti digrignati, che sorrideva.
Io l'amavo!– esclamò Egan.
Evan non pensò nemmeno per un attimo alla ragazza che, alcuni giorni fa, aveva difeso da quel maniaco. I suoi unici pensieri erano rivolti al coltello troppo vicino al suo naso.
Non mi fare del male! Ti prego– lo pregò Evan.
Tra poco te la farai sotto come una bambinetta. Sei peggio di quella troia di mia sorella– rise Egan. Quanto gli piaceva l'odore della paura. Evan era proprio come una preda, i suoi occhi invasi da un lacerante orrore. A Egan piacevano le lacrime che scendevano sulle guance di Evan.
Ora mancavano solo le grida agonizzanti e l'odore sublime del sangue fresco.
Velocissimo, Egan tranciò tre dita ad Evan. Quest'ultimo gridò così forte da far male alle orecchie di Egan.
Ma se anche gli avesse dato fastidio, non lo diede a vedere. Poco a poco tagliò il ragazzo pezzo per pezzo. Studenti dietro di lui vomitavano. Evan aveva smesso di piangere e ad Egan dispiaceva. Così ad ogni coltellata gli ingiungeva di piangere. Ma lui non piangeva, aveva gli occhi vitrei fissi, la bocca spalancata che colava sangue.
Lasciò i brandelli di Evan per terra e accorse da sua sorella, che lo stava chiamando.
Non voleva farla aspettare.

Caroline piangeva disperata, lagnandosi come una bambina. Non era una ragazza viziata, era malata.
E suo fratello l'accompagnava nella sua malattia.
Chi ti ha fatto questo?– le chiese, dopo che lei gli aveva raccontato la “sua” storia con Mark.
Una ragazza– lei gli disse il nome di quest'ultima, tremando. Caroline aveva uno strano sorriso, di quelli che avrebbero fatto gelare il sangue a chiunque.
Era tanto eccitata al pensiero che la ragazza che l'aveva fatta soffrire sarebbe morta, che si toccò il ventre in profondità. A Caroline uscirono spasmi di allegrezza.
Suo fratello ridacchiò.
Stava per avere la vita di qualcun altro.

Si precipitarono da Michelle. Lei stava parlando gioiosa con le sue amiche. Aveva un sorriso puro e dolce che andava da orecchia a orecchia.
Non sapeva in che guaio era andata a cacciarsi, stando con Mark.
Caroline la guardava con odio, pensando quanto fosse carina e ripugnante allo stesso tempo. Non aveva alcunché di provocante, ma aveva delle unghie bellissime.
Le sue mani avevano, invece, una manicure alquanto approssimata, pensò Caroline, squadrandosele.
Le sarebbero state bene. Vere al cento per cento, avrebbe detto in giro. Avrebbe detto a Mark. Lui avrebbe capito che senza Michelle stava tremendamente bene e si sarebbe dato alle pratiche sessuali dell'esperta Caroline.
Nella testa della ragazza, tutto era congegnato, mancava solo che Egan uccidesse quell'indifesa ragazza.
E' bella– disse lui e si concedette uno sghignazzo.
Fanne quello che vuoi– disse Caroline, guardandolo maliziosa e palpandogli il basso ventre.
Lui le diede una manata in faccia che la spedì dritta dritta per terra a piagnucolare.
Cominciò la sua marcia verso la gazzella che stava cacciando.
Camminava svelto, non correva, ma il suo passo era terrorizzante, preciso e tagliente.
Michelle non poté non notarlo e si guardò intorno impaurita.
Sapeva bene molte cose sul conto di Egan e sua sorella.
Egan pensava quanto era bello il suo viso atterrito e quando sarebbe stata in preda al panico, non appena avesse dato sfogo ai suoi esercizi da assassino.
Egan chiuse gli occhi e sognò tutte le atrocità che avrebbe compiuto. Si passò la lingua sulle labbra e aumentò il passo.
La voleva, voleva il suo sangue, la sua vita, la sua paura.
Lei non si sarebbe mai dimenticata di lui.
Finalmente arrivò e le bloccò un braccio alla parete. La baciò, mordendola e facendola sanguinare.
Le leccò la punta del naso.
Non sai quanto ti piacerà– le disse.
Lei ferma sul posto lo guardava pregandolo. I suoi occhi dicevano: non farmi questo. Ti prego. Le labbra erano scosse da tremiti convulsi.
Cosa voleva da lei, quel ragazzo? Gli poggiò le mani sul petto per allontanarlo, ma era come una statua di granito: restava fermo lì.
Quando vide che non c'era verso, lo implorò, piangendo. Le lacrime le uscivano brillanti dagli occhi.
Non sapeva che tutto ciò che quel comportamento provocava in Egan, era ardore. Non stava facendo altro che incitarlo a proseguire.
Lui le fece scorrere una mano dentro la maglietta. La levò e la collocò dentro la gonna e le mutande. S'introdusse brutalmente in lei, facendola singhiozzare dal dolore.
Chiamate qualcuno!– gridò Michelle.
Le amiche furono svelte e un professore fu presto lì. Ma Egan non era stupido, era fuori di testa e aveva preventivato un piano nel caso fosse capitato.
La prese di peso e la portò via dalla scuola. Andarono a finire in un vicolo.
Là Michelle non aveva possibilità.
Sei mia– rise.
Lei pianse ancor più forte, urlò, gridò, implorò, minacciò, tentò di persuadere, ma niente fermò Egan dall'aiutare sua sorella.
La spogliò completamente e la possedette. Gli piacque così tanto che continuò, davanti e dietro. Facendole uscire sangue a furia di morsi e unghie.
Quando si fu saziato a sufficienza, impugnò il taglierino e le recise parte dell'organo genitale. Con le forbicine le tagliò i capezzoli. Sul petto vi incise una bestemmia.
Mentre lei rimaneva immobile, incapace di piangere. Ormai era vuota.
Era arrivata ad un punto di sofferenza nel quale piangere non era possibile, perché si era svuotati delle proprie emozioni. In lei non vi era più vita, in lei non vi era più amore.
Così che, quando Egan, come colpo di grazia, prese l'accendino e le infiammò i capelli, lei sperò che il fuoco arrivasse presto. Tra urla strazianti di dolore, Michelle diede il suo ultimo pensiero ad Egan.
Quando il suo cadavere fu pronto, il ragazzo vi spense sopra una sigaretta.
Peccato, me ne dovrò trovare un'altra– rise.

Ciao :)

Una storia ogni tanto... :)


Colchici!–
Correva la bambina nei campi innevati, come aveva fatto nei campi fioriti in primavera. Solo un particolare accomunava tutto il paesaggio: Colchici.
La bambina prese a correre, preoccupata dalla repentina scomparsa del suo amico.
Il vento ghiacciato le graffiava la pelle di porcellana. Le guance le si stavano tingendo velocemente di rosso. La punta del naso era una piccola ciliegia matura.
La bambina gridò nuovamente. Il suo grido si propagò per il capo nevoso. Gli alberi, la neve sulle foglie e il laghetto ghiacciato fremettero!
Il cielo cominciò ad addensarsi, spesse nubi nere coprirono il sole. Gli occhi grigi della bambina luccicarono: aveva paura. Riprese a correre chiamata dalla voce del vento. Gli alberi proiettavano la loro ombra minacciosa sulla candida neve. La bambina non rinunciò, le si stavano gelando i piedi nelle minuscole scarpette, ma ciò non la preoccupava. Il volto a cuore era solcato dalle lacrime. Tanto era il freddo che le minute goccioline si condensavano prima di giungere al mento e allora la piccola sentiva il volto bruciarle dal gelo.
Con la vista offuscata dalle lacrime che riflettevano tutti i colori della luce scorse una figura in lontananza. Qualcuno la chiamò: sua madre. Ma lei non si poteva fermare, non poteva abbandonare Colchici da solo, così strinse i pugni e aumentò la velocità.
Voleva lanciarsi ed abbracciarlo, ma tutto quello che le riuscì fu di cadere sulla neve. Colchici protese una mano fluida e trasparente fino a sfiorare quella di lei e la piccola rise. Rise così forte che il sole ricomparve nel cielo.

Gli occhi grigi screziati di azzurro fissarono Colchici, il suo volto pareva un grande croco. Ricordava ancora quando l'aveva trovato un giorno d'estate tra gli altri suoi simili.
Una distesa di piccoli fiorellini tra i quali uno che si muoveva a malapena. Quando la bambina lo vide, rise e la sua risata era come il tintinnio di milioni di sonaglietti d'argento. Una risata così pura che Colchici si formò e il loro fu un amore a prima vista.
I suoi genitori non si curavano di Colchici, era solo un amico immaginario e per quanto lei potesse insistere sul fatto che fosse reale, nessuno ci credeva veramente.
La bimba crebbe e divenne una fanciulla dai dolci boccoli ramati e la boccuccia delicata. Con il passare del tempo scoprì che le bastava sfiorare un seme o un albero semimorto con i polpastrelli e questo avrebbe ripreso vita.
Il suo amore per Colchici aumentava, inoltre, di anno in anno, di giorno in giorno, di secondo in secondo e presto comprese che non avrebbe mai potuto, sebbene lo volesse con tutta sé stessa, urlare il suo amore. Colchici non esisteva più per nessuno e se fosse tornato, lei sarebbe stata sbattuta in manicomio con l'accusa di essere pazza, per l'eternità.
E non poteva... per quanto lo desiderasse, manifestare la sua pazzia, poiché tutto era direttamente proporzionale. Se con il crescere la giovane riusciva a donare la vita più facilmente, con il solo tocco, allo stesso tempo era diventata dipendente dai ringraziamenti che le venivano offerti, i quali erano essi stessi essenziali affinché la sua vita non terminasse.
Doveva perciò, almeno per un'ora al giorno, rifugiarsi in un luogo completamente dominato dalla natura.
Lì vi trovava sempre Colchici che si crogiolava al caldo e avrebbe lei tanto bramato confidargli quello che la sua mente sorvolava ogni volta che lo vedeva, ma questo non le era possibile, quindi si limitava a pensarlo, osservandolo.

Ho bisogno di donare la vita per amare. Ho bisogno di donare la vita per vivere. Ma senz'amore che vita è? E come donerei la vita se non lo provassi? Per cui donare la vita, la vita in sé e l'amore sono un'unica ragione d'esistenza.
Ma allora perché stai lì sdraiato senza parlarmi? Perché quando non ci sei mi sento persa? Quante sciocche domande e nessuna risposta. Sono così sciocca che ho paura di amare, di vivere e di donare la vita se non ci sei tu.
E mi ricordo quando mi rinnegasti! Andò lento quell'attimo che mi fece versare amare lacrime nel torrente. Io ridevo falsamente, tu, invece, gioiosamente. Io correvo tra i girasoli e tu andavi verso i pini e così le strade nostre s'incontrarono. Gli occhi nostri solo da lontano, le nostre spalle si sfiorarono, ma le nostre bocche non parlarono...”
pensava piangendo riscaldata dalla luce accecante della stella più vicina.
Oh e quanto si domandava quella ragazza. Quanto non capiva perché lei dovesse essere prigioniera della natura.
Era donatrice di vita, ma non voleva esserlo. Quanto ardentemente voleva la libertà! Essere libera! E concupiva spasmodicamente che una giovane la curasse nel momento in cui le sue radici si sarebbero rinsecchite come ramoscelli.
E voleva così tanto essere lei stessa parte di quella natura, così da non esserne prigioniera, ma di vivere in simbiosi con essa. La giovane non perdeva le occasioni per far trapelare tutti i suoi sogni. E nelle ore di beatitudine e agonia parlava di ciò con Colchici. Intanto Madre Natura piangeva sentendo le cantilene disperate della figlia che con il cuore pieno d'amore era rinchiusa in una gabbia.
Vorrei cadere giù dal cielo come un meteorite. Trafiggere le nuvole. Passare dai monti e dentro ai boschi con i raggi che si posano su di me. Vorrei vorticare velocissima come una rondine e tuffarmi nel lago come se nessuno mi conoscesse né mi vedesse. Vorrei che le spiagge fossero più buie e che il mare si scaldasse un po'.
Vorrei non esistere. Vorrei che il sangue scarlatto che ora circola all'interno delle mie vene fuoriuscisse dal mio corpo, scaturendo dalla mia bocca e che andasse a formare una parte della Terra cosicché io muoia. E riesca finalmente a vivere in pace. E se morissi, saprei se adesso vivo solo perché il mio cuore pompa il sangue o perché il mio cuore assorbe l'amore!–.
Ma del dilemma della fanciulla nessuno aveva risposta. Colchici conosceva il sangue unicamente come un fluido rosso sconosciuto e Madre Natura non era a conoscenza della verità.
La donzella, però, sapeva in cuor suo qual era il vero. Lei era parte della natura e non sarebbe morta né ora, né in un remoto futuro. Avrebbe continuato a servire la Terra umilmente e mai avrebbe terminato.

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SE QUALCUNO (non voi miei cari amici di blogger, ma altri che amici non sono) SI AZZARDA A COPIARE QUESTO TESTO E' MORTO E SEPOLTO. IO VI AVEVO AVVERTITI. 

Suvvia, una nuova era è iniziata. Buon anno a tutti.

–3-2-1! 2013!– Buuuum! Spumante. Fuochi d'artificio che esplodono. 
"Aiutatemi" penso. 
–Auguri! Auguri!– mi dicono, ma io non li sento. Schiocco baci qua e là senza quasi rendermene conto. Intanto sto pensando e dalle mie orecchie escono sbuffi di fumo. Dentro la mia testa, tanti ingranaggi stanno lavorando a tutta birra. Io non riesco a smettere di pensare. 
C'è qualcosa dentro di me che non va. Non mi sento felice. Mi guardo intorno, ma non vedo chi vorrei vedere. "E chi vorrei vedere?" mi chiedo dentro la mia testa. 
Già, chi? Chi? Rispondiamo a questo eterno dilemma. Chi? Non lo so. Tante domande e poche risposte. Sento che nella mia vita manca qualcuno. Sento che avrei voluto essere con quel qualcuno in quell'istante. 
Ho gli amici che chiunque vorrebbe e sono felice di ciò. Ma manca qualcosa. 
E' come se dentro di me una vocetta stesse urlando che devo ancora cercare. Scavare e portare alla luce ciò che davvero desidero.
E quando sono tornata a casa e mi sono distesa nel mio letto, ho chiuso gli occhi ed ho sentito un senso di vuoto. Voglio trovare la parte mancante di me, per respirare meglio, per vivere di più. 
Vorrei un chi per urlare davanti alle cascate del Niagara ed essere ascoltata. Dovrò essere paziente, ci sono 7 miliardi di chi al mondo, devo trovare il mio chi e completarmi. 
La mia paura più grande è di averlo già trovato. Ho pensato ieri: "Sarebbe crudele se domani mattina non ricordassi più cosa sognerò stanotte. Questa notte sognerò ciò che più desidero e voglio conoscere quel desiderio". 
Ma questa mattina non ho ricordato nulla del mio sonno ed è più che crudele, è sviscerante, straziante, angosciante, ma suvvia, una nuova era è iniziata. Buon anno a tutti. 

In teoria quest'immagine non avrebbe senso. In teoria.