Pensieri... pensate al titolo del blog e poi capite perché penso tanto xD

Sto cominciando a supporre che tutti quelli che mi stanno accanto impazziscano. Ed è un bene, non crediate. La monotonia della normalità non mi ha mai emozionata più di tanto.
Però, più vado avanti con questa scuola e più capisco che senza questo strazio di liceo non avrei mai incontrato le fantastiche persone che conosco.
E' vero, non crederete a quello che sto per dire (solo perché è soggettivo)... ma penso di avere i migliori amici del mondo. Penso che non ho bisogno di altro, ma se questo arriva è sempre ben accetto. Penso che senza di loro io non sarei quella che sono e che tutti gli sbagli commessi in passato, ora siano utili.
Ma ciò che c'è di meglio è che sto diventando dipendente da queste persone. Ed è stupendo quando i tuoi amici ti dicono che sembri una scema perché hai stampato in faccia il sorriso più pescelessoso che potessi partorire.
Ancora meglio è quando loro non sanno più dove guardare, perché tu sorridi, fiera di conoscere gente così diversa, ma così speciale.
E scusate se ripeto sempre le stesse cose, ma la diversità è ciò che più fa bello il mondo.
Ci sono giorni in cui trovo tutto un'immensa farsa, dove niente sembra vero e altri in cui ringrazio di avere un amico che tutte le madri aborrano e un'amica che tutte le madri adorano.
Giorni in cui il tuo amico secchione e quello sempre sbronzo sembrano uguali. Perché è l'amore. E' la meravigliosa forza dell'amore che ci tiene tutti uniti.
E sì, saremmo stati divisi, forse alcuni miei amici odiano gli altri, forse se si ritrovassero tutti in una sola stanza si scannerebbero, ma mi piace convincermi di essere un collante che non ne fa scappare nemmeno uno.
Anche se non glielo dico mai, io non li abbandonerò per niente al mondo. Non abbandonerò chi mi fa prendere un colpo strattonandomi per paura che andassi sotto un autobus per colpa della mia goffaggine, né chi dice che starà sempre dalla mia parte, né chi mi chiama terrona sbiancata perché sono l'unica originaria del sud di sua conoscenza che abbia la pelle più chiara della neve, né chi si mette strane collanine dicendo che raffigurano i doni della morte quando non è così, né chi mi vuole trascinare da una festa all'altra solo per guardare chi ha gli alcolici più strani e nemmeno chi ho conosciuto in prima e che non vedo da tempo, ma che sentirò sempre... anche se dovessi andare sulla cima dell'Everest, io un messaggio a lui lo manderei e gli direi senza indugi che è un'incapace che non si sa far valere. Quindi sì, non sono brava a dire parole dolci, ma so come si dimostra affetto ad una persona con i fatti e non con le parole. Sappiate, perciò, amici miei che se siete davvero tali, vi prenderò in giro per l'eternità. Per l'eternità, avete letto bene, fino alla fine dei tempi racconterò di voi sotto parole di libri velate ai più e limpide ai meno.
E fatemi godere la mia libertà di liceale in crisi adolescenziale ;)

La primavera e i miei fervori...

–Ho bisogno di un caffè– dico. 
–Perché?– chiede Rocchetto. 
–La macchina a casa è rotta e non sono in grado di farlo con la macchinetta. Mi viene fuori schifoso– spiego. 
Poi lui continua a parlare, ma io non lo sento. Sto guardando quella ragazza che saltella e ride con lui
Vedo scendere dalla scalinata il lui a cui dovrei pensare e mi volto, cercando di sfuggire al suo sguardo.
A pericolo scampato ritorno a guardare quella ragazza. Quello che mi dà più fastidio è che stia saltando. 
Sapete, io sono la ragazza dei saltelli, lo sanno tutti, salto di felicità perché ho l'argento vivo dentro, o più semplicemente per fare finta che sia tutto ok... e lo è, ma alcune volte no, o non lo so. Non so come mi sento, non sono triste, ma neanche felice, è una sensazione strana. 
Tornando a noi, mi metto spesso a saltellare in giro e faccio ridere le mie amiche. Lei quando lo faccio è sempre lì. Lei è sempre lì e basta. Mi rendo benissimo conto che mi sta imitando. E mi dà fastidio. 
Vedo i suoi capelli castano chiaro che saltellano come molle e le sue gambotte che si forzano di andare più in alto. Lui ride e parla. 
Rocchetto si accorge della mia espressione e dice: –Vedi, gli piace quello che fai tu, se solo gli avessi detto prima che ti piaceva, adesso sarebbe diverso–. 
Lo guardo storto, ma non ci riesco più di tanto... ha ragione. 
M'immagino i miei capelli lunghi e rossi svolazzare con le mani in quelle di lui. M'immagino le mie all star e le mie gambe forti flettersi e spiegarsi. 
Immagino cosa potrei provare. 
Ho perso un'opportunità che non dovevo lasciare andare e ora non posso farci più niente. 
Perché mi copia? Perché lo fa? Calma Antony, non è detto che ti stia copiando, magari le viene spontaneo. 
Lei si volta e mi guarda con un sorriso antipatico, falso come lei stessa. 
La squadro e mimo con le labbra la parola "troia". 
Non so se mi ha capita, è americana, ma credo proprio di sì vista la sua espressione. 
Ce ne andiamo e non lo vedo più e non la vedo più, ma per tutta la giornata mi suona in testa la canzone: This is what makes us girls 

Dal diario di una donna..

Eravamo solo noi e quel cinema buio. "Peccato" lo chiamavano le persone. Luogo dove l'amore può essere. Ma noi avevamo scoperto quella sala magica in un momento magico.
Noi entravamo là per cambiare, assistevamo a ciò che il cinema trasmetteva e tornavamo alla realtà.
Ci incontravamo ogni domenica pomeriggio alle tre, quando si trasmettevano i film d'amore. Sapevamo che le scene più belle erano state censurate, ma eravamo disposti a ricrearle insieme.
Ricordo che mi facevo i boccoli per l'occasione o mi stiravo i capelli con il ferro da stiro, mi mettevo il mio vestito più bello e uscivo.
L'aria sembrava più calda e il cielo più blu.
Voglio vivere qui per sempre.
Ma poi arrivò la guerra. Guerra fredda e ostile che non lasciava spazio alla felicità. O a sporadici momenti d'allegrezza.
Non potevo più rivivere la scena del bacio. Non potevo più arrabbiarmi perché il parroco della città non mi accontentava e mi lasciava guardare, nonostante i miei sforzi.
La guerra finì, i palazzi intorno al nostro andarono distrutti, ma noi fummo colti dalla buona sorte. Non una bomba ci scalfì. In compenso la paura ci penetrò nelle ossa e il gelo non andò più via.
Non ti rividi più.
Non rientrai mai più in un cinema.
Cosa si può ricavare da simili esperienze? Niente, solo che l'amore che feci con altri uomini sul divano non fu mai tanto intimo come il nostro bacio nella saletta del cinema della nostra città.
E vagai anni sulla mia bicicletta cittadina cercando il tuo volto tra i bambini per vedere se forse eri scampato. Non m'importava se te n'eri andato, volevo solo che tu ti fossi salvato.

Dal diario di una nonna donna.

Sono in astinenza e sto per sclerare

Il vento soffia, è caldo, devo andare a scuola. Devo devo devo. Devo scrivere. Auto-imposizione. Mia madre mi chiama, devo prepararmi.
Ci sarà una manifestazione per il fumo, non contro, per. Hanno recluso i fumatori in una zona e questo non è giusto, questa è discriminazione. E' una questione di principio e io parteciperò.
Ci sono i miei amici e non voglio deluderli.
Voglio scrivere, ma devo studiare.
Ma sono in astinenza e sto per sclerare.
Il nuovo Papa mi piace, è sincero e segue i precetti della Chiesa, segno che se qualcosa si vuole migliorare, si può fare. Ma questo i praticanti non lo capiranno mai.
Devo scrivere, ma devo andare, ma devo scrivere.
Voglio sognare, non voglio tornare in questo mondo. Voglio scrivere. Musica, scrivere. Basta, devo andare.
Scriverò di notte, quando i sogni saranno visibili e la mia fantasia palpabile.
Vado... a scrivere (nella mia mente).


I LOVE... I tipi campati per aria!

La vostra Antony è tornata dall'Inghilterra, da Londra. 
Da una città che a dire il vero non l'ha mai attirata più di tanto, ma che è stato comunque uno spunto per rilassarsi, divertirsi e conoscere meglio i propri compagni.
Il primo giorno è sembrato durare centinaia di anni e volare via subito allo stesso tempo. Abbiamo preso il volo, spogliandoci distrattamente al check in e facendo cadere a turno: la sciarpa, l'ombrello, la carta d'imbarco e poi quella d'identità. Io poi ero assillata dal caldo e la cerniera della mia super felpa (la più calda che ho) non veniva giù, al contrario delle parole che animavano i discorsi filosofici di Rocchetto che non mancavano proprio mai di farmi saltare i nervi.
Con forti sbalzi di temperatura, dall'aeroporto simile al Sahara in agosto al freddo polare della notte del nord, ci siamo spinti l'un l'altro fino a sederci sull'aereo.
Ovviamente la mia valigia non stava nella cabina (per la quale è stata progettata) ed è dovuta andare a rifugiarsi in stiva procurandosi una serie di graffi e contusioni (?).
Mentre l'aereo partiva e le parole degli altri mi ronzavano nelle orecchie, pensavo alla spiegazione della hostess di come usare i vari mezzi per salvarsi in caso di emergenza... se fosse successo qualcosa, sarei morta all'istante dato che non sapevo nemmeno dove dovevo attaccare il tubo della maschera per l'ossigeno.
Gra (amica) poi mi spiegava com'era emozionante il decollo e come ti faceva sentire, ma se proprio mi volete sincera, io non ho provato assolutamente niente escludendo una leggere sonnolenza.
A Londra, nella stazione dell'autobus, dovevano aspettarci i nostri pseudo-genitori.
Rosalie aveva una paura tremenda che Haniza (sì, è mussulmana) non fosse venuta a prenderci e mi imbottiva la testa delle sue seghe mentali catastrofiche e pessimistiche.
Ma alla fine la nostra amata donna con il velo era là in attesa di portarci a casa sua con un autobus rosso fuoco per il quale ci avrebbe regalato il biglietto.
Casa sua era come tutte le altre case londinesi, chiuse, costipate e scure. Erano opprimenti e la prima cosa a venirmi in mente erano i topi. Solo loro potevano abitare in una casa dove non riuscivi a salire le scale perché i gradini erano troppo stretti (!).
Poi ci ha fatto la fatidica domanda: "Avete già mangiato?" e ci ha proposto varie bibite per il pranzo. Dopo la proposta del caffè a pranzo, ho iniziato a dubitare che quegli strani esseri chiamati inglesi si idratassero utilizzando una certa materia prima chiamata... acqua.
Beh, ce la siamo cavata con un succo di frutta e siamo uscite alla velocità della luce munite delle nostre borse. Siamo andate con tutti gli altri a Westminster Abbey e lì ho comprato il tè per mia mamma in una confezione con la forma di cabina telefonica (orribile tra l'altro, ma carino da vedere esposto), poi abbiamo attraversato in lungo buona parte di Londra e siamo arrivati al Tate Modern, un museo di arte moderna a cui non tenevo tanto, bensì tantissimo! che non abbiamo visto perché era a  pagamento.
E poi... ah sì! C'erano moltissime persone, di quelli che stanno immobili dopo essersi spruzzati addosso intere bombolette di spray dorato o argentato, e questi qua erano SOSPESI IN ARIA! Come facevano??? Non si sa, ma quelli li avreste davvero dovuti vedere!
Infine... infine niente, non ricordo altro, so solo che al termine di quella giornata, mentre tornavo indietro con la Tube (la metropolitana) mi sono addormentata sopra un mio compagno [Ava (come lava!)] e da quell'istante sono iniziate le storie dei miei flirt amorosi con lui (totalmente falsi, ma che dire, la sua giacca era talmente morbida che un cuscino non avrebbe fatto abbastanza!).